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Come ci sentiamo

la vita chiede; e noi cosa rispondiamo?

a volte ci sentiamo così, come gocce sul vetro in balia di eventi esterni e su una superficie priva di appigli, con la differenza che almeno le gocce, così mi piace pensare, non hanno coscienza del loro esistere e quindi nemmeno della caducità della loro vita

Scritto da: gabrin
Pubblicato il: 23 agosto 2014

Il nostro cervello può pensare qualsiasi cosa, è vero; può immaginare che veramente possa esistere 'una vita' felice, nel senso di lunghi periodi di spensieratezza, serenità, felicità senza che nulla possa turbare questo stato. E quando noi assumiamo per vero questo presupposto, ovvero che si possa vivere felici senza problemi, ecco che arrivano i guai, perché il nostro cervello può solo pensare, non può operare direttamente sulla realtà, anche se gli amanti della visione quantica della vita sostengono che invece ciò sia possibile, ovvero che il nostro cervello crei il mondo in cui viviamo, favorendo sincronismi in linea con la nostra volontà e/o intenzione, e io rispetto la loro visione, nonostante nella mia personale credenza (mutuata a mia volta da alcuni autori), sono convinto che il nostro cervello crei la nostra realtà interna e basta, ovvero il modello del mondo soggettivo ma, come sostengono illustri studiosi di scienze umane, il modello del mondo differisce abbondantemente da ciò che il mondo è.


Il nostro cervello può, internamente, 'fermare il tempo', fissando certi particolari stati su certi eventi, così da fare in modo di fermare forme di apprendimento alternative, come quando non riusciamo a risollevarci da un lutto famigliare, una storia d'amore interrotta, un'amicizia terminata, un affare perso, ecc ...; è come se il tempo si fermasse in pausa su un certo stato d'animo negativo, e ogni volta che torniamo con la mente su quell'evento, ciò che vediamo e proviamo è sempre quello stato, e non c'è null'altro da fare o vedere.


Il nostro cervello può continuare a tornare sullo stesso 'fatto' ogni volta che vuole, anche se noi ne faremmo volentieri a meno, quando il fatto è doloroso, ma l'avete sentita questa frase? Vi siete accorti di quanto è subdola, e di quale presupposto rischioso è portatrice? Vi ripeto un breve e veloce passaggio: [ ... ] ogni volta che vuole, [ ... ]. Il presupposto pericoloso sta nel pensare che il cervello sia dotato di una vita, coscienza, intenzione sua propria! In sostanza è come dire che abbiamo un corpo, una casa, e una sorta di inquilino, il cervello, che può comportarsi come gli pare! Ogni tanto può essere gentile, a volte può farci degli scherzi, altre volte ancora può comportarsi da pigro o scontroso ... e sono convinto che molti di noi possano dire: perché? Non è così?.


La risposta è sì, quando lasciamo che l'attività 'pensante' prenda il sopravvento sull'attività 'percipiente', ovvero il processo di percezione mediante il quale entriamo in contatto con le cose. Se approfondite la mindfulness, la psicologia buddhista, la meditazione e le pratiche orientali in genere, troverete che fra i loro centri pilastro di interesse si parla molto di questo argomento, utilizzando diversi nomi tra cui anche 'sé pensante' e 'sé osservante', ma non è di questo nello specifico che desidero parlare.


Torniamo invece ai presupposti, al fatto che possa esistere un 'vivere migliore' e un 'vivere peggiore', e che questi possano essere favoriti in un certo qual modo dalla nostra mente. Purtroppo con i mattoni e la malta delle parole, e le infinite possibilità creative e progettuali del pensiero, possiamo costruire tutte le strutture che vogliamo ma, alla prova dei fatti, nel tempo, sono esse efficaci? Resistenti? Flessibili? E qui ognuno di noi dovrebbe guardarsi dentro e vedere quanto il suo modo di intendere la vita gli sia favorevole in certe situazioni o meno. Ognuno di noi dovrebbe riuscire a capire quanto tempo passa a raccontarsi cose, farsi bello/a nei confronti di sé stesso/a, vivendo nel suo mondo cerebrale, e quanta parte invece del proprio vivere, della sua vita vissuta, ovvero quella agita, dei fatti e delle azioni sia in linea con ciò che la persona racconta a sé stessa. Non so se mi sono spiegato bene, provo a migliorare la chiarezza di questo pensiero perché lo ritengo cruciale; secondo me molte persone fanno dei selfie nei confronti di sé stesse, amano specchiarsi in una sorta di sé ideale, dove si sono costruite una certa immagine di sé, e passano talmente tanto tempo a fantasticare di 'essere' quella persona, come in un gioco di ruolo, al punto che si sentono veramente di essere così! Mentre chi osserva queste persone dall'esterno nota delle incongruenze gigantesche tra ciò che dicono e ciò che fanno concretamente, oppure più che incongruenze notano un andamento comportamentale frequentemente oscillante, che fa sì che in certi momenti si comportino come un certo 'tipo' di persona, e in altri momenti un'altra. Le persone fanno spesso di tutto per sembrare ciò che non riescono ad essere, o meglio ciò che riescono ad essere solo a tratti; ad esempio postano in internet determinati messaggi, immagini, poi appena li commenti, hanno delle reazioni che, per chi non 'è loro', paiono assurde.


Questo perché noi possiamo raccontarci tutto quello che vogliamo, ma la vita è la vita, saper vivere significa sì costruire una certa struttura interna, ma anche saper rispondere a ciò che l'esterno chiede con il suo incessante movimento caotico e senza senso; che 'tutto cambia costantemente' non me lo sono inventato io, ma per molti ancora è un concetto comprensibile nel significato, uno strumento che hanno capito cos'è e a cosa serve, ma non lo sanno ancora maneggiare, e qui nasce il problema, perché la vita non solo ti chiede di capire cosa sono e a cosa servono le cose, ti chiede anche di saperle usare, e sapere cosa è o cosa serve una cosa rientra nella struttura interna, saperla usare fa parte della risposta esterna, e qui per molti arrivano i dolori, anzi oserei dire che per tutti noi arrivano quei momenti in cui la vita ci chiede di usare uno strumento che non siamo capaci di usare; per usare una metafora, qualche giorno fa si è bucata una ruota del tipo 'palmer' di una bici da corsa che hanno prestato a mio figlio, e io vedo che la ruota è buca, posso ipotizzare cosa possa essere stato, ma mentre sono qui e penso la ruota rimane lì a terra, e se concretamente non faccio qualcosa mio figlio non potrà più godersi la guida di questa splendida bicicletta che ama, devo agire, ma non so cosa fare e quindi nemmeno come farlo, non conosco questo tipo di pneumatici; ogni metafora ha i suoi limiti, e in questa della ruota potrebbe essere quello di stimolare il sapere di qualcuno ad uscire sotto forma di consiglio del tipo: bhè, che ci vuole, vai in un negozio di bici e fattela aggiustare, oppure guarda su youtube che trovi di sicuro qualche spiegazione!, ecc ....


Ma il fatto è che spesso ci sentiamo così, ma per cose molto più complesse, perché hanno a che fare con quei misteriosi immateriali processi della psiche umana, che sono ben diversi da una materialissima gomma di bicicletta! La complessità del nostro 'essere' è ben diversa da una gomma di bicicletta, un tubo che perde, una lampadina bruciata da sostituire; i 'tecnici' della psiche umana si stanno ancora formando, molti stanno ancora studiando, alcuni hanno già imparato a fare ottime cose, il problema più grosso sta nel trovare il 'tecnico' preparato ad agire sul nostro problema.


Nel frattempo, mentre ci guardiamo in giro nella speranza di individuare un tecnico 'giusto' per noi, o meglio, preparato per il problema che dobbiamo trattare, voglio concludere con un messaggio che ci faccia tirare un leggero sospiro a tutti.


Il messaggio è che a volte ci sentiamo così, come gocce sul vetro in balia di eventi esterni e su una superficie priva di appigli, con la differenza che almeno le gocce, così mi piace pensare, non hanno coscienza del loro esistere e quindi nemmeno della caducità della loro vita. A volte invece ci sentiamo in colpa perché sappiamo che avremmo dovuto agire diversamente, ma non l'abbiamo fatto. A volte non abbiamo nemmeno idea di quanto sia grande il guaio nel quale ci siamo cacciati, e questo in certi casi è una fortuna, in altri un disagio. Ci sono momenti in cui sappiamo dove dobbiamo andare, ma non sappiamo come arrivarci, oppure non riusciamo a capire come trovare le risorse necessarie. A volte sappiamo che è inutile continuare a tornare sullo stesso film, fino a quando è fermo su quell'immagine che ci porta quello stato negativo, ma non sappiamo fare di meglio. A volte, non sappiamo più nemmeno 'chi' siamo, cosa conta per noi, cosa ci rende felici e cosa no, ci sentiamo vuoti, depressi. Ci sono momenti in cui prevale la rabbia, altri la depressione, altri l'ansia, altri la disperazione, e così via per tutto l'elenco wiki delle emozioni classificate (erroneamente) come negative.


Ecco, a volte ci sentiamo così, ognuno nel suo stato, e il pensiero da leggero sospiro? Dov'è? Sta nell'accettare che, in questo momento, ci capita di dover usare un qualche strumento che non sappiamo nemmeno cos'è,  e nel capire che la risposta non può che venire da noi, soli o grazie all'aiuto di qualcuno, ma attenzione all'aspettativa che il parlare con qualcuno in particolare possa portare ad una risposta in tempi brevi; impariamo ad accettare i tempi delle cose, quanto lunghi possano essere, e nel frattempo rimaniamo in contatto con quella parte del nostro corpo dove avvertiamo la sensazione del momento, con quella voce interna che viene da quella parte della testa, e così con immagini e pensieri commentati internamente. Il nome della persona che amavamo, o di cui eravamo infatuati, e uso il tempo passato proprio perché lei/ui se n'è andato/a, oppure non si è mai concessa/o come desideravamo, ecco il suo nome, immagini relative alla sua persona, tutta una serie di cose che lo/la riguardano continuano a presentarsi alla nostra attenzione? Lasciamo che vengano, accettiamo la loro presenza 'dentro' di noi, perché è solo dentro di noi che esiste questa cosa, è un prodotto 'creativo' della nostra mente, lasciamo che passino a salutarci, facciano il loro giro e il loro doloroso spettacolo e lasciamole andare; nel tempo perderanno di energia, non riusciranno più a scatenare le stesse emozioni così come le scatenavano prima; è un po' come il principio dell'omeopatia secondo cui il 'simile cura il simile', quindi quell'evento ha dato il via al tutto? Ok, 'inoculatevi' pure piccole dosi quotidiane del vostro 'preparato' personale di quell'evento, e continuate fino a quando non avrete ottenuto il sintomo che gradite. Qualcuno potrebbe obiettare che 'per il suo caso' serve troppo tempo ... giusto! Non c'è tempo da perdere! Il tempo del vivere è troppo prezioso! Ma cosa fate mentre prendete un certo prodotto omeopatico? Continuate a lavorare, uscire con gli amici, vivete la vita insomma! Una storia finita, un lavoro sfumato, una persona salita in cielo, possono diventare pari ad una invalidità permanente  o momentanea grave solo nella misura in cui non riuscite ad accettare che la vita è andata così, e vi fissate per ore, giorni, mesi sulla stessa penosa immagine, lasciando che quelle emozioni diventino le vostre uniche emozioni, ma sono casi estremi questi; per fortuna il più delle volte, nei casi infausti sopra citati, le persone continuano a vivere e nel tempo imparano ad accettare ciò che è successo.


Ecco, se volete accorciare i tempi imparate da subito ad accettare le cose! Imparate a prendere la vostra dose omeopatica di evento infausto con l'idea che sia proprio questo, 'curaro', il veleno che cura il veleno!


E nel frattempo vivete, continuate a fare ciò che l'istinto del momento vi porta a fare, continuate a fare ciò che dovete fare, sia che vi piaccia sia che non vi piaccia, ma muovetevi, non state mai fermi, la vita è movimento e noi dobbiamo essere movimento se vogliamo sintonizzarci con la vita, proprio come quando si viaggia e si vuole rimanere sintonizzati sulla stessa stazione e diventa necessario modulare la frequenza, e quando una stazione non è proprio più raggiungibile? Se ne cerca un'altra di nostro gradimento! E qui mi fermo con le metafore, perché non si sa mai quanto portano vicini o lontani dal messaggio che si voleva passare.


Abbiamo tirato un lieve sospiro? Sì? Bene. No? Peccato, un'occasione oggi persa, facciamocene una ragione, accettiamolo, oggi è andata così, magari domani sarà diverso, o forse no, ma di sicuro un giorno succederà qualcosa per cui cambierà, e non ce ne fregherà più nulla domani del fatto che oggi è andata male; tutto quello che accadrà domani, e di volta in volta, nel bene o nel male sarà sempre più importante di quello che accaduto oggi, quindi coraggio, esiste solo il momento presente, esiste solo il fatto che il momento presente è già passato, e qualsiasi cosa è successa nel presente è già passato, solo la fiducia presente nel futuro conta, adesso.